mercoledì 9 marzo 2011

Una ricognizione del dolore

Una di quelle sere in cui sei triste, e vuoi coccolare il dolore come se fosse un male fisico.
Ti fai un brodino, ti metti a letto, guardi la più imbecille delle trasmissioni preserali, giochi da casa; speri di avere la febbre per non andare al lavoro, non ce l'hai, butti giù un'aspirina.
Ti lamenti come un cane, ti annienti nel materasso, ti ci liquefi. Metti la testa sotto al cuscino, nuoti a rana, ti lasci cadere mentre cerchi le pantofole a testa in giù. Resti a terra per un po', ti chiudi a uovo, immobile per venti secondi, crolli di lato, accusi il freddo ed il duro del pavimento, ti arrampichi sul letto, a fatica. Ti lasci cadere di nuovo, speri che il tonfo spezzi l'incantesimo, ma ti spezza solo le ossa. Di nuovo gelo, vai in bagno.
Ti abbarbichi su ante di armadi, porte, lavandini; ti ammosci sul cesso prima in avanti e poi all'indietro, a testa reclinata; ti andrebbe di caderci dentro come quando avevi sei anni.
Non hai intenzione di reagire al dolore, faccia pure quello che deve fare, non gli opponi resistenza; non lo contrasti col pensiero, i pensieri sono stanchi, i meccanismi che li generano ancora di più.
Dormi 24, 48, 96 ore di fila e poi... e poi vedrai.

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