Addio Antonietta,
megalomane, bugiarda, imbrogliona, sgangherata e semialcolizzata.
Mi facevi morire dal ridere e ti volevo bene.
Fa male pensare che non ci sei più.
domenica 1 marzo 2009
mercoledì 11 febbraio 2009
Condivido vivo e trascrivo
"Eccoti alfine maturo! Prima di ieri tu non sapevi che la tua anima fosse giunta a tanta maturità e a tanta pienezza. La felice rivelazione viene dal bisogno che provi, subitaneo, di versare la tua dovizia, di spanderla, di prodigarla senza misura. Tu ti senti inesauribile, capace di prodigare mille esistenze.
E' ben questo il premio dei tuoi assidui sforzi:- ora tu possiedi l'impetuosa profondità delle terre profondamente lavorate. Goditi dunque la primavera; rimani aperto a tutti i soffi, lasciati penetrare da tutti i suoi germi; accogli l'ignoto e l'impreveduto e quanto altro ti recherà l'evento; abolisci ogni divieto. Omai il tuo primo compito è fornito.
La tua natura, che tu hai resa integra e intensa, ti sia sacra. Rispetta i minimi moti del tuo pensiero e del tuo sentimento perchè ella sola li produce. Già che ella ti appartiene tutta quanta, ora tu puoi abbandonarti a lei e gioirne senza limiti. Tutto, ora, ti è permesso: pur quello che odiasti e disprezzasti in altrui: perocchè tutto diventi nobile passando a traverso la sincerità della fiamma.
Non temere d'esser pietoso, tu che sei forte e che sai imporre il tuo dominio e il tuo castigo.
Non avere onta delle tue inquietudini e dei tuoi languori, tu che ti sei fatta una volontà di tempra dura come le spade battute a freddo.
Non respingere la dolcezza che t'invade, l'illusione che ti avvolge, la melanconia che ti attira, tutte le cose nuove e indefinibili che oggi tentano la tua anima attonita.
Esse non sono se non le vaghe forme del vapore che si sviluppa dalla vita fermentate nella profondità della tua anima ferace.
Accoglile dunque senza sospetto, poiche non ti sono estranee nè ti diminuiscono nè ti corrompono. Ti appariranno domani come le prime annunziatrici velate di una natività che è nei tuoi voti."
G. D'Annunzio, Le vergini delle rocce, libro secondo.
martedì 25 novembre 2008
La luce rincorre i cuori

Immagini
La luce rincorre i cuori, d'autunno,
quando nel fango si specchiano i suoi passi.
Prima rallentata, poi veloce,
quando nel fango si specchiano i suoi passi.
Prima rallentata, poi veloce,
si fa strada tra i rami bruciati.
Vengo da lontano - gli dice, a un passo da loro -
apritevi ai miei raggi, lasciate che vi scaldi.
Il mare raccolto disegna un piano,
Il mare raccolto disegna un piano,
parlante quando nelle onde ricorda la sua voce ardita.
Prima disteso, poi in ginocchio, si fa largo tra i sassi.
Sono la vostra nota - gli dice strisciando -
tenetemi in braccio al riparo dei venti.
Gole e grotte, tutt' attorno,
Gole e grotte, tutt' attorno,
masticano e sputano.
Prima avide, poi sazie,
prima avide, poi sazie.
Siete stanche di me,
gli sussurra il mare negli anfratti, nei declivi dei ruggiti.
gli sussurra il mare negli anfratti, nei declivi dei ruggiti.
Non lo saremo mai, - gli rispondono -
estenuante e dolce è l'infinito contrappasso che ci lega.
estenuante e dolce è l'infinito contrappasso che ci lega.
giovedì 26 giugno 2008
Stella carente
Sono la Stella Carente,
sola, e per nessuno importante.
Di sera son tutte sfavillanti,
mentre io, tapina, sto in disparte,
flebile e intermittente.
Saranno tutte presto spose,
lo sento,
in viaggi di nozze per galassie vorticose
sulle note di un valzer romantico e lento,
mentre io regalo poca luce, e a stento.
"Stella Carente,
prendi un mio raggio!
che fai? sei scomparsa? su, coraggio!
prendilo e indossalo stasera,
ti porto oltre i confini di questa sfera."
"Ma sei sicuro, Sole?
questa tua proposta, non so… è veritiera?
c’è Dolcissima Rifulgente
che ti aspetta da più di un' era,
ed è bella, tutta lucente, e sembra sincera."
"Voglio proprio te,
stella carente.
E’ l’essenza di una sposa
che deve essere luminosa."
sola, e per nessuno importante.
Di sera son tutte sfavillanti,
mentre io, tapina, sto in disparte,
flebile e intermittente.
Saranno tutte presto spose,
lo sento,
in viaggi di nozze per galassie vorticose
sulle note di un valzer romantico e lento,
mentre io regalo poca luce, e a stento.
"Stella Carente,
prendi un mio raggio!
che fai? sei scomparsa? su, coraggio!
prendilo e indossalo stasera,
ti porto oltre i confini di questa sfera."
"Ma sei sicuro, Sole?
questa tua proposta, non so… è veritiera?
c’è Dolcissima Rifulgente
che ti aspetta da più di un' era,
ed è bella, tutta lucente, e sembra sincera."
"Voglio proprio te,
stella carente.
E’ l’essenza di una sposa
che deve essere luminosa."
martedì 24 giugno 2008
Ernesto
Mi chiamo Ernesto,
di mestiere faccio il cantante rock stanco.
Tra un rutto e un peto rilascio interviste.
Porto la camicia fuori dai pantaloni, ma per metà.
Metà davanti, dietro, o di lato, a scelta.
Fumo sigarette e sovente dimentico l’accendino.
Tendo a tenere cocktail tra le mani ed appoggiarmi di fianco, un po’ ovunque.
Porto le Ray Ban, ma non quelle a goccia, le altre. Ce le ho con la montatura nera, gialla e rossa.
Mi si avvicinano donne alle quali dico "... hey", metto le mani in vita e offro da bere.
Non chiedo mai i nomi. Mi invitano a casa loro, ma non sempre mi va di fare sesso.
Dico di no sorridendo, enigmatico.
Porto le Converse di tela, quelle verdi.
L'amico tra le gambe fa quel minimo sindacale, mai di più, a limite di meno.
Inizio a guardare gli uomini.
Ho comprato un cane alla moda, un bull-terrier, ma mi ha abbandonato.
Ho delle fugaci ispirazioni che faccio continuare ai miei collaboratori.
Per i concerti assumo cocaina.
Lì divento vitale.
di mestiere faccio il cantante rock stanco.
Tra un rutto e un peto rilascio interviste.
Porto la camicia fuori dai pantaloni, ma per metà.
Metà davanti, dietro, o di lato, a scelta.
Fumo sigarette e sovente dimentico l’accendino.
Tendo a tenere cocktail tra le mani ed appoggiarmi di fianco, un po’ ovunque.
Porto le Ray Ban, ma non quelle a goccia, le altre. Ce le ho con la montatura nera, gialla e rossa.
Mi si avvicinano donne alle quali dico "... hey", metto le mani in vita e offro da bere.
Non chiedo mai i nomi. Mi invitano a casa loro, ma non sempre mi va di fare sesso.
Dico di no sorridendo, enigmatico.
Porto le Converse di tela, quelle verdi.
L'amico tra le gambe fa quel minimo sindacale, mai di più, a limite di meno.
Inizio a guardare gli uomini.
Ho comprato un cane alla moda, un bull-terrier, ma mi ha abbandonato.
Ho delle fugaci ispirazioni che faccio continuare ai miei collaboratori.
Per i concerti assumo cocaina.
Lì divento vitale.
sabato 17 maggio 2008
lunedì 21 aprile 2008
Si sveglia il cervello

Si sveglia il cervello, si sveglia il corpo.
Apro per un istante gli occhi, li richiudo.
Ancora dieci minuti, solo dieci minuti…
Fase Rem, rapidi movimenti oculari e ultimi sogni mattutini.
In sequenza, rapidi, frammentari, come fotogrammi di una pellicola infinita, li vedo e li vivo.
Li piloto anche un po’. Regista e attrice.
Ora sono sveglia davvero, ma dentro.
Per l’osservatore esterno dormo ancora, o sono morta, a scelta.
A pancia sotto, con una guancia sul cuscino, una gamba piegata e le braccia aperte, mi guardo da fuori, e sembra stia scalando una montagna, una parete verticale.
Ingaggio un braccio di ferro mentale tra me, l’orologio e mio padre.
Loro due non lo sanno, però.
Non voglio svegliarmi quando mio padre è ancora in casa, quindi tiro a letto fin quando posso, con l’orecchio teso a decifrare dai rumori i suoi movimenti, guardando l’orologio a muro ogni cinque minuti.
A volte vinco, nel senso che lo sento andar via, altre volte perdo, nel senso che non posso rimanere a letto, devo alzarmi, è lui è ancora in casa.
L’orologio non vince e non perde, si fa i fatti suoi. Però va, sempre.
Stamattina ho perso. Perfetto, ottimo risveglio, ottimo inizio di giornata.
Ricompongo braccia e gambe scompaginate dal sonno, risento dell’indolenzimento.
Vorrei che venisse un pizzaiolo gigante e mi sfornasse dal letto con un’enorme pala, come una pizza da un forno a legna.
Negli ultimi tempi mi sveglio fracassata, come se qualcuno nel corso della notte mettesse in un sacco di juta le mie ossa e lo sbattesse a terra e contro un muro, come un pazzo.
Poi probabilmente lo stesso personaggio misterioso salda le fratture con una buona colla, scheggetta per scheggetta, e mi ricompone per benino. Tibia, perone, femore, radio, ulna.
Fa un ottimo lavoro, non si vede niente quando mi sveglio, non ho neanche un graffio.
Però mi fa male tutto.
Dovrò dormire con qualche lucina accesa, per coglierlo in flagrante e vendicarmi.
Inforco le pantofole, direzione scrivania. Accendo il pc.
Buongiorno, Microsoft.
Ricognizione facciale allo specchio.
Mi si stanno formando due piccole rughe tra le sopracciglia, giusto in mezzo.
Hanno la forma di una foce a delta, o quella del simbolo della vecchia consolle Atari.
Si chiamano ipoglabellari, ci vengono quando sforziamo la vista, o la comprensione.
Ma cazzo, di notte non vedo… e che faccio? penso? Boh.
Vado in cucina, mio padre è lì.
E’straordinariamente loquace verso le nove, gravemente arzillo.
Probabilmente è sveglio dalle sei – sei e dieci, e ha già praticato un po’ di salubre bricolage pensionistico.
Io ho la pressione di una formica, e sono incazzata a prescindere, solo perché è mattina.
Ho i miei tempi, sono un diesel. Non mi va di parlare, non ora, almeno.
Ho bisogno di una quarantina di minuti.
E invece mi tocca un bel tete à tete, gagliardissimo.
- Ieri sera hai fatto le tre.
- Lo so.
- E che fai oggi?
- Non lo so.
- Che vuoi mangiare?
- Non lo so.
- Sei antipatica.
- Lo so.
- Ma chi ti prende a te? se continui così non ti sposerai mai.
- Ne prendo atto, gentilissimo.
- Prendine atto, brava.
- Grazie.
- Vabbuò jà, io scendo. Statti bene.
- Ok.
- Ciao.
- Ciao.
Deo gratias, se ne è andato.
Siamo due scorpioni, ci amiamo e ci odiamo con la stessa profondità.
Va bene, ciao papi, io faccio colazione.
Mi ci vuole un po’ di televisione, mi ipnotizza mentre si mettono in moto i pensieri.
Mtv, canale musicale, solo videoclip.
Aziono il tubo catodico. E’ una cassa da morto di almeno vent’anni, di quelle con i pannelli laterali di legno scuro. Ma fa il suo lavoro.
Il telecomando l’ha perso anni fa, a causa di una tragica caduta da tavolo.
Per rispetto non abbiamo voluto sostituirlo con nessun telecomando universale, non sarebbe stato lo stesso.
Ogni tanto si rattrista e piange interferenze, ma poi le si dà una pacca vigorosa e si riprende.
E’ una televisione chioccia, una mumy di epoca coloniale, un riferimento per noi tutti, in cucina.
Credo che soffra anche un po’ per il suo aspetto, perché ha visto che nel salone ne abbiamo una al plasma fighissima, extra-slim, taglia 40, ma cerchiamo di non farglielo pesare.
La spolveriamo ogni giorno. E lei è contenta.
Allora: se il primo video mi piace la giornata va bene, se non mi piace va male.
Lo faccio da sempre. Superstizioni intime, cose mie.
No, non ci credo: i Queen!
Su Mtv danno un video dei Queen ogni tre mesi, che culo!
Sarà una giornata meravigliosa!
Ballicchio tra lavello e tavolo.
Prendo la mia tazza, il mio cucchiaino preferito, il latte dal frigo e il pacco maxi dei tarallucci del Mulino Bianco. Li mangio ormai da vent’anni, ho le papille assuefatte: giuro di non sentirne quasi più il sapore.
Voglio scaldare il latte, sperando che mi abbiano lasciato qualche bricco pulito. C’è, c’è.
Il caffé è già fatto, per fortuna.
Tovaglietta pulita.
Controllo se ho tutto, perché quando mi siedo non voglio rialzarmi.
Aspetto che il latte si scaldi, ballicchio.
Immagino un po’ di essere Freddy davanti a centomila persone.
Perfect, latte pronto.
Sediamoci.
Verso il caffé nel latte, abbondo.
Giro un po’ col cucchiaino e faccio il primo sorso.
Le cose acquistano i loro colori.
E poi… e poi c’è lui.
Il maestoso, regale, superbo, ineguagliabile, divino ed eterno Freddy, che non canta, di più.
Prende l’anima e te la porge. L’anima dell’arte, non la sua.
Con una corona in testa ed un mantello di ermellino sulle spalle, a petto nudo.
E un estensione vocale soprannaturale.
Conosco bene quel video, quel concerto.
Lo guardo per l’ennesima volta, e per l’ennesima volta mi si fanno gli occhi lucidi.
Mi fa venir voglia di mangiarmi la vita, come se fosse una mela, a morsi.
Non ho paura di niente. Sono lontana da meschinità e piccolezze.
Non provo invidia, me ne sbatto dei soldi.
Posso ridere di tutto, come te, Freddy.
Posso travestirmi, mettermi una maschera e prendere per culo il mondo intero.
Posso essere una regina come te, un uomo o una donna, una nana o una donna cannone.
Apro per un istante gli occhi, li richiudo.
Ancora dieci minuti, solo dieci minuti…
Fase Rem, rapidi movimenti oculari e ultimi sogni mattutini.
In sequenza, rapidi, frammentari, come fotogrammi di una pellicola infinita, li vedo e li vivo.
Li piloto anche un po’. Regista e attrice.
Ora sono sveglia davvero, ma dentro.
Per l’osservatore esterno dormo ancora, o sono morta, a scelta.
A pancia sotto, con una guancia sul cuscino, una gamba piegata e le braccia aperte, mi guardo da fuori, e sembra stia scalando una montagna, una parete verticale.
Ingaggio un braccio di ferro mentale tra me, l’orologio e mio padre.
Loro due non lo sanno, però.
Non voglio svegliarmi quando mio padre è ancora in casa, quindi tiro a letto fin quando posso, con l’orecchio teso a decifrare dai rumori i suoi movimenti, guardando l’orologio a muro ogni cinque minuti.
A volte vinco, nel senso che lo sento andar via, altre volte perdo, nel senso che non posso rimanere a letto, devo alzarmi, è lui è ancora in casa.
L’orologio non vince e non perde, si fa i fatti suoi. Però va, sempre.
Stamattina ho perso. Perfetto, ottimo risveglio, ottimo inizio di giornata.
Ricompongo braccia e gambe scompaginate dal sonno, risento dell’indolenzimento.
Vorrei che venisse un pizzaiolo gigante e mi sfornasse dal letto con un’enorme pala, come una pizza da un forno a legna.
Negli ultimi tempi mi sveglio fracassata, come se qualcuno nel corso della notte mettesse in un sacco di juta le mie ossa e lo sbattesse a terra e contro un muro, come un pazzo.
Poi probabilmente lo stesso personaggio misterioso salda le fratture con una buona colla, scheggetta per scheggetta, e mi ricompone per benino. Tibia, perone, femore, radio, ulna.
Fa un ottimo lavoro, non si vede niente quando mi sveglio, non ho neanche un graffio.
Però mi fa male tutto.
Dovrò dormire con qualche lucina accesa, per coglierlo in flagrante e vendicarmi.
Inforco le pantofole, direzione scrivania. Accendo il pc.
Buongiorno, Microsoft.
Ricognizione facciale allo specchio.
Mi si stanno formando due piccole rughe tra le sopracciglia, giusto in mezzo.
Hanno la forma di una foce a delta, o quella del simbolo della vecchia consolle Atari.
Si chiamano ipoglabellari, ci vengono quando sforziamo la vista, o la comprensione.
Ma cazzo, di notte non vedo… e che faccio? penso? Boh.
Vado in cucina, mio padre è lì.
E’straordinariamente loquace verso le nove, gravemente arzillo.
Probabilmente è sveglio dalle sei – sei e dieci, e ha già praticato un po’ di salubre bricolage pensionistico.
Io ho la pressione di una formica, e sono incazzata a prescindere, solo perché è mattina.
Ho i miei tempi, sono un diesel. Non mi va di parlare, non ora, almeno.
Ho bisogno di una quarantina di minuti.
E invece mi tocca un bel tete à tete, gagliardissimo.
- Ieri sera hai fatto le tre.
- Lo so.
- E che fai oggi?
- Non lo so.
- Che vuoi mangiare?
- Non lo so.
- Sei antipatica.
- Lo so.
- Ma chi ti prende a te? se continui così non ti sposerai mai.
- Ne prendo atto, gentilissimo.
- Prendine atto, brava.
- Grazie.
- Vabbuò jà, io scendo. Statti bene.
- Ok.
- Ciao.
- Ciao.
Deo gratias, se ne è andato.
Siamo due scorpioni, ci amiamo e ci odiamo con la stessa profondità.
Va bene, ciao papi, io faccio colazione.
Mi ci vuole un po’ di televisione, mi ipnotizza mentre si mettono in moto i pensieri.
Mtv, canale musicale, solo videoclip.
Aziono il tubo catodico. E’ una cassa da morto di almeno vent’anni, di quelle con i pannelli laterali di legno scuro. Ma fa il suo lavoro.
Il telecomando l’ha perso anni fa, a causa di una tragica caduta da tavolo.
Per rispetto non abbiamo voluto sostituirlo con nessun telecomando universale, non sarebbe stato lo stesso.
Ogni tanto si rattrista e piange interferenze, ma poi le si dà una pacca vigorosa e si riprende.
E’ una televisione chioccia, una mumy di epoca coloniale, un riferimento per noi tutti, in cucina.
Credo che soffra anche un po’ per il suo aspetto, perché ha visto che nel salone ne abbiamo una al plasma fighissima, extra-slim, taglia 40, ma cerchiamo di non farglielo pesare.
La spolveriamo ogni giorno. E lei è contenta.
Allora: se il primo video mi piace la giornata va bene, se non mi piace va male.
Lo faccio da sempre. Superstizioni intime, cose mie.
No, non ci credo: i Queen!
Su Mtv danno un video dei Queen ogni tre mesi, che culo!
Sarà una giornata meravigliosa!
Ballicchio tra lavello e tavolo.
Prendo la mia tazza, il mio cucchiaino preferito, il latte dal frigo e il pacco maxi dei tarallucci del Mulino Bianco. Li mangio ormai da vent’anni, ho le papille assuefatte: giuro di non sentirne quasi più il sapore.
Voglio scaldare il latte, sperando che mi abbiano lasciato qualche bricco pulito. C’è, c’è.
Il caffé è già fatto, per fortuna.
Tovaglietta pulita.
Controllo se ho tutto, perché quando mi siedo non voglio rialzarmi.
Aspetto che il latte si scaldi, ballicchio.
Immagino un po’ di essere Freddy davanti a centomila persone.
Perfect, latte pronto.
Sediamoci.
Verso il caffé nel latte, abbondo.
Giro un po’ col cucchiaino e faccio il primo sorso.
Le cose acquistano i loro colori.
E poi… e poi c’è lui.
Il maestoso, regale, superbo, ineguagliabile, divino ed eterno Freddy, che non canta, di più.
Prende l’anima e te la porge. L’anima dell’arte, non la sua.
Con una corona in testa ed un mantello di ermellino sulle spalle, a petto nudo.
E un estensione vocale soprannaturale.
Conosco bene quel video, quel concerto.
Lo guardo per l’ennesima volta, e per l’ennesima volta mi si fanno gli occhi lucidi.
Mi fa venir voglia di mangiarmi la vita, come se fosse una mela, a morsi.
Non ho paura di niente. Sono lontana da meschinità e piccolezze.
Non provo invidia, me ne sbatto dei soldi.
Posso ridere di tutto, come te, Freddy.
Posso travestirmi, mettermi una maschera e prendere per culo il mondo intero.
Posso essere una regina come te, un uomo o una donna, una nana o una donna cannone.
Posso tutto.
Nulla è grave.
Sei l’arte, Freddy.
Mi viene in mente una frase, esame di storia del teatro, forse.
“L’arte non è l’imitazione della vita, ma la vita è l’imitazione di un principio trascendentale col quale l’arte ci rimette in comunicazione”
Mi sento al di sopra di tutto e al di sotto di tutto.
Da qualche parte nel mio organismo si stanno liberando sostanze positive.
Ma quanta vita ti scorreva nelle vene, Freddy?
Tanta, così tanta da farti morire.
Intanto mangio un sacco di tarallucci, anche 12,14.
In numero pari perché funziona così: li accoppio, li faccio combaciare dal lato piatto e poi li calo tramite cucchiaino nel latte.
Attendo il loro tempo specifico di inzuppo, che ad oggi si aggira sugli 8 secondi, e poi fagocito.
Il video finisce, come il tempo sacrosanto dedicato alla mia colazione.
Grazie Freddy, grazie Mulino Bianco, grazie papà che hai reso possibile il tutto, e forse anche grazie Dio, se un giorno o l’altro mi decidessi a chiarire il mio rapporto con te.
Nulla è grave.
Sei l’arte, Freddy.
Mi viene in mente una frase, esame di storia del teatro, forse.
“L’arte non è l’imitazione della vita, ma la vita è l’imitazione di un principio trascendentale col quale l’arte ci rimette in comunicazione”
Mi sento al di sopra di tutto e al di sotto di tutto.
Da qualche parte nel mio organismo si stanno liberando sostanze positive.
Ma quanta vita ti scorreva nelle vene, Freddy?
Tanta, così tanta da farti morire.
Intanto mangio un sacco di tarallucci, anche 12,14.
In numero pari perché funziona così: li accoppio, li faccio combaciare dal lato piatto e poi li calo tramite cucchiaino nel latte.
Attendo il loro tempo specifico di inzuppo, che ad oggi si aggira sugli 8 secondi, e poi fagocito.
Il video finisce, come il tempo sacrosanto dedicato alla mia colazione.
Grazie Freddy, grazie Mulino Bianco, grazie papà che hai reso possibile il tutto, e forse anche grazie Dio, se un giorno o l’altro mi decidessi a chiarire il mio rapporto con te.
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